Afghanistan e Iraq: realtà diverse

Febbraio 2008

Una recente analisi di due esperti del Center for American Progress mette in luce alcuni aspetti dei conflitti in corso in Afghanistan ed in Iraq.

Innanzitutto i costi: per sostenere l’impegno bellico in questi due paesi, gli USA hanno stanziato 70 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2008.

Poi le differenze: il conflitto in Afghanistan è completamente diverso da quello in Iraq.

In Afghanistan sono impegnate attivamente 39 nazioni nell’ambito della Forza Internazionale NATO, la Banca Mondiale si sta adoperando per consolidare l’assetto del paese e per finanziare la ricostruzione. Il 73 % degli afghani è ostile ai guerriglieri talebani ed il 60 % è favorevole alla presenze di forze militari straniere nel paese. Il governo di Karzai è stato eletto democraticamente ed è sostenuto dalla maggioranza della popolazione.

In Iraq, invece, l’80 % della popolazione non vuole la presenza di truppe straniere nel paese, ed il 57 % ritiene accettabile attaccare le forze della coalizione angloamericana. L’appoggio al governo è tutt’altro che diffuso, si susseguono gli scontri armate tra le varie fazioni politiche e religiose, e solo la presenza dei 130.000 soldati americani riesce ad evitare una vera e propria guerra civile.

L’analisi conclude che è ora di separare la questione afghana da quella iraqena: l’Afghanistan va considerato ormai un paese ben avviato alla normalizzazione e la presenza militare serve solo a evitare che Al-Qaeda possa ricostituire santuari nelle zone non ancora controllate dal governo; gli sforzi vanno ora concentrati sull’Iraq per superare la situazione di stallo e creare le condizioni per una reale normalizzazione.

John

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Iraq: la guerriglia utilizza armi EFP

(febbraio 2007)

Un rapporto presentato il 10 febbraio 2007,  evidenzia che negli attentati esplosivi effettuati in Iraq con IED vengono utilizzati ordigni particolarmente sofisticati. IED sta per Improvised Explosive Device, ossia un ordigno costruito con materiali esplosivi “improvvisati”. Gli IED preparati dai guerriglieri irakeni si basavano essenzialmente su cariche esplosive o proiettili di artiglieria fatti detonare con un radiocomando all’arrivo (o al passaggio) dei militari americani e loro alleati.

Dal 2004, però, sono apparsi ordigni che fanno uso di cariche EFP: Explosively Formed Projectiles. Questi dispositivi sono estremamente sofisticati: la detonazione di una carica esplosiva fonde e modella un disco di metallo, trasformandolo in un velocissimo protiettile con elevata capacità di penetrazione. Questa sequenza richiede l’utilizzo di esplosivi idonei e opportunamente sagomati, ed il tutto va poi assemblato con precisione. Si tratta di ordigni estremamente sofisticati, utilizzati solitamente nelle sub-munizioni contro-carro. Almeno 170 soldati americani hanno perso la vita a causa di questo tipo di ordigni, che è in grado di penetrare agevolmente le blindature di gran parte dei mezzi corazzati in servizio. Gli esperti dell’US Army hanno analizzato alcuni di questi ordigni e hanno scoperto che sono di progettazione e costruzione iraniana. Alcuni prigionieri hanno confermato l’origine degli ordigni. Gli ufficiali dell’US Army, però, sono cauti: gli ordigni sono iraniani, ma non sembra che siano stati forniti direttamente dal governo iraniano ai guerriglieri irakeni. Sembra, piuttosto, che gli ordigni siano messi in vendita al miglior offerente, e che i gruppi legati ad Al-Qaeda riescano ad accaparrarsene in considerevoli quantità. Questo sistema consente all’Iran di aggirare le accuse di aiutare direttamente la guerriglia irakena: le armi sono immesse sul mercato nero, e a chi le vende non interessa sapere che uso ne sarà fatto, nè dove.

John